
Gen Z e lavoro, cambia il rapporto con l’impiego: meno carriera e più equilibrio di vita – Un’enorme differenza con gli ‘anziani’
Negli ultimi anni il confronto tra la generazione Z (i nati tra il 1997 e il 2012) e le generazioni precedenti è diventato un tema molto discusso. Tra le differenze più evidenti emerse da ricerche e sondaggi c’è il diverso modo di considerare il lavoro. In molti paesi, Italia compresa, i giovani sembrano attribuire meno centralità all’occupazione rispetto ai lavoratori più anziani, preferendo dare maggiore spazio alla vita personale e al benessere.
Il cambiamento è diventato particolarmente evidente dopo la pandemia, quando il lavoro a distanza e la riduzione delle interazioni dirette hanno reso più difficile l’inserimento dei giovani nei contesti professionali. Secondo molti osservatori, non è solo l’emergenza sanitaria ad aver modificato le abitudini: è cambiato proprio l’atteggiamento generale verso il lavoro.
Un rapporto dell’agenzia per il lavoro Randstad, basato su un’indagine su oltre 27 mila dipendenti e più di mille datori di lavoro in 35 paesi, indica che i membri della generazione Z sono quelli più propensi a lasciare un impiego quando mancano flessibilità e un buon equilibrio tra lavoro e vita privata. Rispetto ai colleghi più anziani, inoltre, dichiarano di percepire ambienti lavorativi meno collaborativi e di sfruttare meno il confronto con altre generazioni per sviluppare la propria carriera.
Questi dati però vanno interpretati con cautela. L’idea che i giovani siano meno motivati è una critica che si ripete da secoli verso ogni nuova generazione. Alcuni studiosi spiegano infatti che i ventenni tendono naturalmente a essere più concentrati su sé stessi rispetto agli adulti, e questo può influenzare la percezione del loro impegno.
Allo stesso tempo, molti giovani rivendicano apertamente un approccio diverso al lavoro. Non si tratta, secondo loro, di pigrizia ma del rifiuto di ambienti considerati tossici o eccessivamente competitivi. In diverse ricerche la generazione Z si mostra infatti meno disposta ad accettare straordinari continui, capi autoritari o una confusione tra vita privata e professionale, anche in cambio di stipendi più alti.
Un altro fattore riguarda la crescente sfiducia nel fatto che il lavoro garantisca davvero migliori condizioni economiche. Le nuove generazioni si trovano spesso ad affrontare mercati più precari e competitivi, dove l’impegno non sempre si traduce in stabilità o progresso sociale.
Le differenze generazionali stanno creando tensioni nelle aziende, dove manager e lavoratori più anziani sono spesso abituati a ritmi e valori diversi. Questo divario potrebbe influenzare in futuro l’organizzazione del lavoro e le scelte delle imprese, soprattutto in un contesto in cui la popolazione lavorativa sta invecchiando e l’esperienza viene sempre più valorizzata.