
Papa Leone a Ponte Mammolo lancia un nuovo monito contro la guerra
L’approdo di Papa Leone nel cuore di Ponte Mammolo ha restituito l’immagine plastica di una Chiesa che cerca ancora il contatto fisico e lo sguardo diretto con la sua gente. Non appena il pontefice è sceso dall’auto nel cortile della chiesa parrocchiale, la sua attenzione è stata catturata non tanto dal cerimoniale, quanto dai grappoli di persone che affollavano i balconi dei palazzi popolari circostanti. Intere famiglie, sporte dalle ringhiere, attendevano da ore un cenno o una benedizione, trasformando i tetti e le finestre in una tribuna spontanea di fede e curiosità. Le misure di sicurezza, apparse più rigide del solito, hanno costretto centinaia di fedeli dietro transenne posizionate per lunghe distanze, impedendo a molti di accedere all’interno per la celebrazione della Messa pomeridiana.
Consapevole del disagio di chi era rimasto fuori, Leone ha esordito con un pensiero rivolto proprio a loro, quasi a voler abbattere le mura della parrocchia per includere ogni passante nel rito. «Ora voglio fare anche un saluto speciale alle tante persone dai balconi, sui tetti delle case, un saluto molto grande, tutti sono invitati, tutti sono chiamati, tutti possiamo rappresentare questa famiglia che non conosce limiti». Il pontefice si è scusato apertamente per l’impossibilità di accogliere tutti all’interno, ribadendo però che la comunità cristiana non si esaurisce nello spazio fisico di una navata.
Questa visita rappresenta la quinta tappa di un tour nelle periferie romane che mira a dare ossigeno a quelle realtà ecclesiali che operano quotidianamente in contesti di marginalità. Papa Leone ha elogiato il lavoro svolto dalla parrocchia, ricordando il legame profondo con il vicino carcere di Rebibbia e la costante attenzione alle nuove povertà. «La vostra parrocchia da circa novant’anni vive con speciale cura le situazioni di povertà, di emarginazione e di emergenza, con attenzione alla presenza, nel suo territorio, della Casa di reclusione di Rebibbia, e con tanti altri segni si sensibilità e di solidarietà», ha aggiunto il Pontefice. L’ammirazione del Papa si è estesa ai numerosi volontari della Caritas e delle case-famiglia, impegnati nell’aiutare donne in difficoltà e stranieri in cerca di una vita dignitosa attraverso l’apprendimento della lingua e la ricerca di un lavoro onesto.
Tuttavia, il clima di festa e l’entusiasmo dei giovani presenti non hanno impedito al Papa di affrontare i temi più oscuri dell’attualità internazionale. Il dolore per la guerra, pur geograficamente lontana, è risuonato con forza tra le mura della chiesa. Leone ha condiviso il racconto di un incontro avuto poco prima con una donna disperata, simbolo di un’umanità che sembra aver smarrito la speranza. In risposta a tale sconforto, il pontefice ha ribadito che la fede in Cristo deve fungere da faro proprio dove i segni di pace sembrano essere svaniti. Il monito più severo è arrivato però durante l’omelia, quando il Papa ha condannato fermamente la pretesa di giustificare la violenza attraverso la religione.
Secondo il Santo Padre, è inaccettabile che i conflitti vengano alimentati dall’illusione di risolvere le divergenze con le armi anziché con il dialogo. «Attualmente nel mondo molti nostri fratelli e sorelle soffrono a causa di conflitti violenti, provocati dall’assurda pretesa di risolvere i problemi e le divergenze con la guerra, mentre bisogna dialogare senza tregua per la pace. Qualcuno, poi, pretende addirittura di coinvolgere il nome di Dio in queste scelte di morte, ma Dio non può essere arruolato dalle tenebre». Questo appello riflette il timore che i conflitti politici e territoriali possano scivolare verso una pericolosa contrapposizione religiosa, trasformando la divinità in un vessillo per giustificare distruzione e odio. La visita si è conclusa con l’auspicio che Ponte Mammolo, con la sua capacità di accoglienza, possa essere un modello di quella pace che il mondo intero sta faticosamente cercando di ricostruire.