Roma, identificati i palestinesi responsabili dell’attentato del 1982

18/03/2026

Erano le 11:55 di un sabato che doveva essere dedicato esclusivamente alla preghiera e alla celebrazione della vita. Il 9 ottobre 1982, all’interno della Sinagoga di Roma, circa 300 persone si erano riunite per onorare lo shabbat, festeggiare diversi bar mitzvah e lo Shemini Atzeret, il momento solenne che chiude la festa di Sukkot. Invece, quel giorno si trasformò in uno dei capitoli più bui e dolorosi della storia capitolina. Un commando di terroristi, legato al gruppo guidato dal sanguinario Abu Nidal, scelse proprio quel momento di massima vulnerabilità e fede per scatenare l’inferno nel cuore del quartiere ebraico. Oggi, a distanza di quasi 48 anni da quella mattinata di sangue, la Procura di Roma ha finalmente messo un punto fermo a livello investigativo. La pm Lucia Lotti ha ufficialmente chiuso le indagini sulla vicenda, formulando l’accusa di strage con finalità di terrorismo e riuscendo, grazie a un lavoro di cooperazione internazionale senza precedenti, a dare un nome e un volto ai componenti di quel gruppo di fuoco.

Fino a poco tempo fa, l’unico nome certo associato alla strage era quello di Al Zomar Osama Abdel, già condannato all’ergastolo ma da sempre latitante. Ora, la lista dei responsabili si allunga in modo significativo, portando alla luce figure che per decenni sono rimaste nell’ombra o protette da confini internazionali. Gli avvisi di chiusura indagine sono stati notificati a diverse figure chiave: Abou Zayed Walid Abdulrahman, oggi 68enne e detenuto in Francia, Abed Adra Mahmoud Khader, 71enne palestinese residente in Cisgiordania, e tre palestinesi attualmente residenti in Giordania, ovvero il 74enne Al Abassi Souheir Mohammad Hassan Khalil, il 65enne Hamada Nizar Tawfiq Mussa e il 66enne Abu Arkoub Omar Mahid Abdel Rahman. Del commando originario facevano parte anche Rashid Mahmoud Alhamieda, noto come Fouad Hijazy, e Maher Said Al Awad Yousif, alias Arabe El Arabi Tawfik Gamal, entrambi oggi deceduti. Le indagini, condotte con meticolosità dagli agenti della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, hanno permesso di ricostruire la fredda precisione militare di quell’attacco.

La dinamica di quel 9 ottobre racconta di 5 uomini vestiti elegantemente che si avvicinarono all’edificio sacro. Mentre tre di loro si posizionavano strategicamente per bloccare ogni possibile via di fuga ai fedeli, gli altri due raggiungevano l’ingresso principale lanciando tre bombe a mano e aprendo immediatamente il fuoco sulla folla con dei mitra. Furono cinque minuti di puro terrore puro, al termine dei quali si contarono 40 feriti e una vittima innocente che divenne il simbolo del dolore della comunità: Stefano Gaj Taché, un bimbo di soli due anni, ucciso da una scheggia di granata mentre si trovava tra le braccia della sua famiglia. La svolta decisiva in questa inchiesta romana è giunta grazie alla stretta collaborazione con i magistrati parigini e alla creazione di una squadra investigativa comune. Era apparso subito chiaro, infatti, che lo stesso gruppo aveva già colpito in Francia pochi mesi prima, il 9 agosto 1982, contro il ristorante Jo Goldenberg nel quartiere ebraico di Parigi. A confermare questo legame indissolubile tra le due stragi non sono state solo le rivelazioni di un collaboratore di giustizia, ma una prova scientifica inoppugnabile: le perizie balistiche hanno dimostrato che le munizioni utilizzate a Roma e a Parigi appartenevano allo stesso identico lotto di produzione di una fabbrica di armi polacca.

Nonostante l’importanza di questo traguardo giudiziario, l’inchiesta porta con sé il peso di dubbi e zone d’ombra che la Comunità Ebraica di Roma ha cercato di far emergere con forza. In una memoria depositata nel giugno del 2022, assistita dall’avvocato Cesare Del Monte, la Comunità aveva evidenziato numerose falle e incongruenze nelle indagini dell’epoca. Venivano citate testimonianze mai approfondite, come quella di una turista che aveva fornito un «identikit di uno dei due giovani che aveva visto lanciare degli oggetti davanti il Tempio». Ma il punto più dolente riguardava la sicurezza del Tempio in quel tragico sabato. Nella memoria si sottolineava con amarezza l’«anomala assenza delle auto di sorveglianza delle Forze dell’Ordine che, sino al giorno prima avevano stazionato innanzi al luogo di culto», un dettaglio che per anni ha alimentato sospetti di depistaggi o gravi negligenze istituzionali.

Il Presidente della Comunità ebraica di Roma, Victor Fadlun, ha voluto ringraziare gli inquirenti per la dedizione dimostrata, ma non ha nascosto il sentimento di frustrazione che accompagna una giustizia arrivata così tardi. Fadlun ha espresso parole che pesano come macigni sulla coscienza collettiva: «Resta forte lo sconcerto per il tempo trascorso e per il muro di omertà, reticenze e ostacoli che ha rallentato per decenni la piena emersione della verità, prolungando il dolore delle famiglie e della nostra Comunità». Oggi, mentre le indagini si chiudono ufficialmente, Roma e la sua comunità ebraica guardano a quel piccolo bimbo di due anni non solo con dolore, ma con la consapevolezza che la verità, seppur faticosa e tardiva, ha finalmente iniziato a squarciare il velo del silenzio.

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