Roma Capitale: primo sì alla riforma, ma è polemica sull’astensione del Pd

30/04/2026

Il percorso parlamentare per dotare Roma di poteri legislativi e amministrativi paragonabili a quelli delle grandi metropoli europee ha segnato una tappa fondamentale a Montecitorio, portando però con sé un clima di forte tensione istituzionale. Il disegno di legge costituzionale, sostenuto con vigore sia dalla maggioranza di governo che, in linea di principio, dal sindaco capitolino Roberto Gualtieri, ha incassato il primo semaforo verde con i soli voti del centrodestra. La scelta del Partito Democratico di non partecipare direttamente al consenso favorevole, optando per una posizione definita di astensione costruttiva, ha innescato una reazione immediata e durissima da parte della Presidenza del Consiglio. Il rischio concreto è che, senza il supporto dell’opposizione, il testo non raggiunga la soglia dei due terzi necessaria nelle letture successive per evitare il ricorso al referendum popolare, mettendo potenzialmente in pericolo una riforma attesa dalla città da oltre vent’anni.

La premier Giorgia Meloni ha espresso il proprio disappunto attraverso una comunicazione ufficiale nella quale emerge chiaramente uno stato di «amarezza e stupore» per la decisione dei dem di interrompere quello che sembrava essere un processo costituente condiviso. Secondo la guida del governo, i responsabili di questa frenata hanno identità precise e dovranno fornire spiegazioni dirette alla cittadinanza romana. Nella nota si sottolinea come il Partito Democratico abbia scelto di non onorare gli impegni assunti in precedenza, nonostante il testo in discussione avesse recepito gran parte delle istanze sollevate proprio dal primo cittadino. Meloni chiama in causa direttamente i dem: «è impossibile accogliere l’invito del Pd a fare riforme condivise, se poi è lo stesso Pd a non votare una riforma condivisa che rafforza il ruolo istituzionale della Capitale».

Dall’altra parte della barricata politica, il sindaco Roberto Gualtieri non ha nascosto una certa delusione per la mancanza di un consenso unanime, pur accogliendo positivamente l’avanzamento della riforma. Il primo cittadino ha tenuto a precisare che «sarebbe stato auspicabile un consenso più ampio», aggiungendo che il perenne clima di scontro tra gli schieramenti non ha favorito la serenità necessaria per un passaggio così delicato. L’auspicio del Campidoglio rimane quello di arrivare a una conclusione definitiva entro i termini della legislatura, magari ricucendo lo strappo già durante il prossimo esame previsto al Senato. Per i parlamentari del Pd, tuttavia, la questione non è puramente ideologica ma legata alla concretezza dei mezzi economici necessari per attuare il trasferimento di funzioni. La richiesta dei dem è che l’esecutivo presenti parallelamente una legge ordinaria capace di blindare le risorse finanziarie necessarie, senza le quali la riforma costituzionale rischierebbe di rimanere un guscio vuoto.

Il deputato dem Roberto Morassut ha ribadito che la posizione del suo partito è volta a ottenere garanzie reali, spiegando che «per rendere la riforma davvero efficace occorreranno adeguate risorse». Solo qualora tali certezze venissero formalizzate, il Pd sarebbe pronto a trasformare l’attuale astensione in un pieno voto favorevole nelle fasi successive. Oltre al nodo dei fondi, pesano anche calcoli politici legati agli equilibri interni alle opposizioni e il timore di scorrettezze parlamentari, come l’inserimento di ordini del giorno volti a estendere i medesimi poteri anche ad altri capoluoghi di città metropolitana. Sullo sfondo restano infine le prossime elezioni comunali, un elemento che rende ancora più complesso il dialogo tra chi governa la nazione e chi amministra la città, in una sfida che intreccia il destino istituzionale di Roma con le ambizioni elettorali dei diversi schieramenti.

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