Caso Crans-Montana, è tensione tra le procure di Roma e di Sion

27/01/2026

Il velo di incertezza che avvolge le indagini sulla tragica strage di Crans-Montana sembra farsi ogni giorno più fitto, trasformando una doverosa ricerca della verità in un complesso intrigo diplomatico e giudiziario. Nonostante i primi contatti informali tra le autorità e le rassicurazioni di un incontro risolutivo in tempi brevi, la realtà dei fatti parla di continui rinvii e di un silenzio assordante che giunge dalla Procura di Sion. Al momento, nessun atto ufficiale è stato trasmesso alla Procura di Roma, mentre l’atteso confronto tra i pubblici ministeri, garantito personalmente dalla procuratrice Beatrice Pilloud che coordina le attività in terra elvetica, è stato sistematicamente posticipato, lasciando i magistrati italiani in una posizione di logorante attesa.

La vicenda ha assunto una dimensione giudiziaria definita lo scorso 8 gennaio, quando la Procura di Roma ha deciso di aprire un fascicolo per omicidio, lesioni gravissime e disastro colposi. La base giuridica di tale iniziativa risiede nel pesante tributo di sangue pagato dal nostro Paese: tra le 40 vittime del rogo si contano infatti 6 cittadini italiani, mentre 11 degli oltre cento feriti gravi sono anche italiani. La rogatoria internazionale, partita immediatamente e formalmente accolta dalla Svizzera il 13 gennaio, prevedeva non solo la trasmissione di documenti ma anche la partecipazione della polizia giudiziaria italiana agli atti d’indagine. Tuttavia, fin dai primi passi mossi sul luogo del disastro il 4 gennaio, i nostri inquirenti hanno percepito un clima di chiusura, descritto in una nota ufficiale inviata ai pm capitolini come un atteggiamento decisamente «restio».

Le rassicurazioni fornite dalla procuratrice Pilloud in merito a presunti problemi burocratici che avrebbero ritardato l’invio del materiale istruttorio appaiono oggi poco rassicuranti, specialmente alla luce dell’annullamento del viaggio a Sion che il procuratore Francesco Lo Voi, insieme ai suoi aggiunti, aveva pianificato per la scorsa settimana. Roma aveva richiesto con fermezza la lista degli indagati, i verbali degli interrogatori di Jacques e Jessica Moretti e le testimonianze raccolte, oltre all’identificazione degli enti preposti ai controlli antincendio. Nulla di tutto ciò è arrivato nella capitale, nonostante gli accordi bilaterali del 1998 tra Italia e Svizzera prevedano esplicitamente la possibilità di indagini congiunte e l’uso di videoconferenze per la raccolta delle prove in seno a gruppi investigativi comuni.

Il clima di tensione è ulteriormente degenerato in seguito alla decisione delle autorità elvetiche di scarcerare Jacques Moretti dietro il pagamento di una cauzione di duecentomila franchi. Questa mossa ha spinto il ministro degli Esteri Antonio Tajani a richiamare l’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado, il quale, prima di rientrare in Italia, ha visto cadere nel vuoto la sua ultima richiesta di colloquio con la procuratrice Pilloud. Il diplomatico ha espresso con durezza il sentimento di frustrazione delle famiglie delle vittime: «la vita dei nostri giovani vale quanto la libertà di Moretti». Mentre il governo del Cantone del Vallese ha stanziato dieci milioni di franchi per le vittime del Constellation, circa duecentomila franchi per ogni vittima, restano aperte le voragini relative alle responsabilità civili, stimate tra i seicento milioni e il miliardo di franchi, in un contesto dove la cooperazione giudiziaria sembra essersi arenata tra le montagne svizzere.

M.M.

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