
Con l’Intelligenza artificiale a rischio il 60% dei posti di lavoro in Europa – L’Italia è preparata? Lo scenario
L’intelligenza artificiale sta per trasformare profondamente l’economia europea, ma i Paesi non affrontano questa rivoluzione partendo dalle stesse condizioni. È quanto emerge da uno studio del Fondo monetario internazionale presentato all’Ecofin informale di Dublino, dove i ministri delle Finanze dell’Ue hanno discusso sulle strategie necessarie per preparare le economie alla diffusione dell’IA.
La classifica sulla preparazione evidenzia forti differenze: Danimarca, Paesi Bassi ed Estonia sono ai primi posti, mentre la Germania è quinta, la Francia decima e l’Italia soltanto ventunesima. La valutazione considera infrastrutture digitali, innovazione, competenze, capitale umano, politiche pubbliche e regolamentazione.
L’IA potrebbe aumentare produttività e crescita, ma gli effetti non saranno uguali per tutti. «Sebbene il potenziale dell’intelligenza artificiale appaia notevole — si legge nello studio — le implicazioni complessive in termini di produttività, domanda di manodopera, disuguaglianza e finanze pubbliche rimangono altamente incerte». Per il Fmi, «sostenere la preparazione e mantenere l’agilità sono essenziali per massimizzare i benefici derivanti dall’IA, limitandone al contempo i costi sociali».
Il mercato del lavoro è uno dei punti più delicati. Nelle economie europee più avanzate circa il 60% dei lavoratori svolge attività esposte all’IA, ma esposizione non significa automaticamente sostituzione: in circa metà dei casi la tecnologia potrebbe affiancare il lavoratore e aumentarne la produttività. Diventano quindi decisive formazione, riqualificazione e politiche di sostegno durante le transizioni.
Un altro limite è l’energia. I data center consumano già circa il 3% dell’elettricità europea e la domanda è destinata a crescere. Sul piano geopolitico, inoltre, l’Europa rischia di dipendere da tecnologie statunitensi e cinesi. Il Fmi indica quindi la necessità di rafforzare infrastrutture, semiconduttori, energia e capitale di rischio, evitando però interventi pubblici che frenino l’innovazione privata.