
Crans-Montana, fumata nera per la missione dei magistrati italiani
Dietro la cortina di fumo delle strette di mano istituzionali e dei sorrisi diplomatici, il vertice di Berna sulla strage di Crans-Montana si è concluso con un nulla di fatto rispetto alle ambizioni della magistratura italiana. Dopo sei ore di confronto serrato tra i rappresentanti della procura di Roma e la procuratrice di Sion, Béatrice Pilloud, la sensazione che emerge è quella di una distanza ancora marcata tra le due sponde delle Alpi. Il termine utilizzato nella nota ufficiale, ovvero quello di una cooperazione rafforzata, appare come un elegante paravento linguistico per nascondere il mancato raggiungimento dell’obiettivo principale richiesto dal governo di Roma: la costituzione di una squadra investigativa comune che permettesse un’azione di indagine simultanea e condivisa. Al contrario, il procuratore Francesco Lo Voi e il sostituto Stefano Opilio dovranno accontentarsi di un accesso parziale e mediato ad alcuni atti selezionati, una concessione che si scontra con la rigida e complessa normativa svizzera in materia di rogatorie.
Il clima dell’incontro è stato descritto come rilassato e cordiale, ma la sostanza giuridica ha confermato che la sovranità elvetica non è disposta a cedere il passo alle pressioni politiche italiane. Pilloud ha ricordato ai colleghi romani quanto i tempi della giustizia svizzera possano essere dilatati, spiegando che i ricorsi dei testimoni e degli indagati presso il tribunale cantonale possono bloccare la trasmissione dei documenti anche per anni. Questo significa che gli interrogatori di Jacques e Jessica Moretti, i titolari del locale dove il rogo ha strappato la vita a quarantuno persone, potrebbero restare secretati negli uffici di Sion senza mai varcare il confine. La soluzione prospettata è quella di un coinvolgimento a intervalli regolari, dove i pm italiani potranno assistere ad alcune fasi istruttorie ma senza alcun potere decisionale, lasciando l’ultima parola sempre alla procura vallesana.
Nonostante le dichiarazioni di facciata che parlano di soddisfazione per aver fatto camminare la cooperazione, la crisi diplomatica resta in una fase di stallo pericolosa. Il caso era esploso con forza a fine gennaio quando, a seguito della scarcerazione di Jacques Moretti dietro il pagamento di una cauzione di 200mila euro, il governo Meloni aveva deciso di richiamare l’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado. La decisione di Palazzo Chigi di subordinare il rientro del diplomatico all’avvio di una collaborazione effettiva e alla creazione della squadra comune non ha sortito l’effetto sperato. La Svizzera ha reagito difendendo l’indipendenza totale della propria autorità giudiziaria dalle influenze della politica estera, creando un cortocircuito comunicativo che ha visto la stessa Pilloud rifiutare un incontro con l’ambasciatore poco prima della sua partenza.
La magistratura italiana, intanto, prosegue nel fascicolo aperto per omicidio plurimo, lesioni e incendio colposo, aggravando la posizione con l’ipotesi di disastro. La preoccupazione maggiore riguarda il tempo che passa e la possibilità che responsabilità amministrative locali, legate ai controlli di sicurezza del Comune di Crans-Montana, vengano messe in secondo piano in un’inchiesta che finora si è concentrata quasi esclusivamente sui titolari del bar. Fino a quando non ci sarà un coinvolgimento diretto e non filtrato degli inquirenti italiani, come richiesto dal sottosegretario Alfredo Mantovano e dal ministro Antonio Tajani, la missione diplomatica resterà sospesa. Il braccio di ferro tra la ricerca di verità per le sei vittime italiane e il rigore procedurale svizzero sembra destinato a proseguire, mentre l’ambasciatore Cornado rimane stabilmente a Roma in attesa di segnali di apertura che, per ora, da Berna non sono arrivati.