Dall’Ex Ilva a Conbipel: sono 70 i tavoli di crisi, fra meccanica e tessile – A rischio oltre 60mila posti di lavoro

07/01/2026

La manifattura italiana attraversa una fase di estrema difficoltà, con decine di crisi aziendali aperte che mettono a rischio migliaia di posti di lavoro.

Al ministero delle Imprese e del Made in Italy risultano attualmente attivi 41 tavoli di crisi e circa 30 dossier in fase di monitoraggio, che coinvolgono direttamente oltre 58 mila lavoratori. A questi si aggiungono venti aree di crisi industriale complessa distribuite in tredici regioni, mentre il ricorso alla cassa integrazione continua a rappresentare una costante del sistema produttivo.

Il governo rivendica alcuni risultati ottenuti nel corso del 2025: più di venti accordi finalizzati al rilancio industriale o alla reindustrializzazione di siti in difficoltà, che avrebbero garantito la tutela occupazionale a oltre 10 mila persone. Tra i casi citati figurano La Perla di Bologna, Diageo-Cinzano in Piemonte, Jsw di Piombino e aziende come Beko, Coin, Dema e Riello, tornata recentemente sotto controllo italiano. Segnali positivi sono arrivati anche dal Mezzogiorno, con interventi su Dema e Ac Boilers, che hanno evitato nuove desertificazioni industriali.

Ma lo stato di salute del comparto resta critico. Il 2025 si è chiuso con un’ulteriore contrazione della produzione: a dicembre l’indice Pmi manifatturiero è sceso sotto la soglia di crescita, segnando il calo più marcato degli ultimi mesi. Tra le vertenze ancora aperte figurano nodi centrali per il futuro industriale del Paese, come l’ex Ilva, Conbipel ed Eurallumina, oltre a situazioni complesse come quelle di ex Alitalia, Magneti Marelli, Piaggio Aero e Trasnova.

Continuano inoltre ad aprirsi nuove crisi, spesso in aziende di dimensioni medio-piccole che rischiano di non arrivare all’attenzione ministeriale. La Cgil lancia l’allarme: secondo il sindacato, sarebbero oltre cento le imprese nazionali in difficoltà, con più di 120 mila lavoratori coinvolti, senza contare l’indotto. Un quadro aggravato dall’esplosione delle ore di cassa integrazione, che nel 2025 hanno già superato i livelli degli anni precedenti.

Per la Cgil, senza una vera politica industriale e un piano di investimenti pubblici, il rischio è una perdita strutturale di capacità produttiva. Gli accordi, avverte il sindacato, non possono limitarsi agli ammortizzatori sociali: servono rilanci concreti e duraturi per difendere occupazione e Made in Italy.

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