Il declino del Made in Italy – Oltre 400marchi storici passati in mani straniere in un anno. Ecco cosa fare per ‘proteggere’ le eccellenze italiana

10/02/2026

Negli ultimi mesi il tema della “crisi del Made in Italy” è tornato centrale: marchi storici ceduti, produzione industriale in calo e una crescente presenza di capitali esteri nel controllo delle imprese italiane. Il problema, però, non nasce oggi. La perdita di competitività affonda le radici nella crisi iniziata nel 2007, che in meno di vent’anni ha eroso circa un quarto della capacità produttiva nazionale. Quando nel 2022 il governo ha ribattezzato il ministero dello Sviluppo economico puntando sul Made in Italy, ha ereditato un sistema già indebolito.

La globalizzazione ha messo sotto pressione tutta l’industria europea, ma in Italia il peso maggiore grava sulle imprese familiari del dopoguerra, oggi chiamate a un delicato passaggio generazionale in un contesto di forti trasformazioni tecnologiche e scarsità di capitali. Il credito alle aziende è diminuito drasticamente, mentre in Paesi come Francia e Germania è cresciuto. Anche la Borsa non riesce a compensare: poche nuove quotazioni e molte uscite spingono le imprese a guardare all’estero per trovare risorse.

Il risultato è un aumento delle acquisizioni straniere. In pochi anni centinaia di aziende, comprese icone del Made in Italy, sono passate sotto controllo estero. Secondo diverse analisi, il peso delle imprese a capitale straniero sul fatturato complessivo è cresciuto rapidamente, con operazioni record soprattutto da parte di fondi di investimento. Alcuni passaggi di proprietà hanno garantito continuità e sviluppo, altri hanno sollevato timori per la perdita di competenze, occupazione e autonomia strategica, soprattutto in settori chiave come energia, infrastrutture e alta tecnologia.

Il quadro è reso più complesso da politiche industriali percepite come incoerenti. I costi energetici restano elevati rispetto alla media europea, mentre interventi promessi per ridurli vengono rinviati. Nell’automotive mancano certezze: i fondi di sostegno sono stati ridotti e spesso restano inutilizzabili per assenza di decreti attuativi. Anche sugli incentivi all’acquisto di auto e sugli strumenti per la transizione tecnologica si è passati da annunci a ripensamenti, creando incertezza tra le imprese.

Misure come Transizione 5.0 o la Zes Unica per il Mezzogiorno, pur con risorse rilevanti, soffrono di continui cambi di regole, riduzioni dei fondi e tempi lunghi, rischiando di trasformarsi più in compensazioni episodiche che in una vera strategia industriale.

Ma la crisi non segna la fine del modello italiano, piuttosto un bivio. Il Paese conserva due grandi punti di forza: il patrimonio industriale e artigianale e un sistema scientifico e tecnologico di qualità. Il limite è averli spesso tenuti separati. La sfida è integrarli, unendo prodotto, innovazione e ricerca. Per riuscirci servono politiche stabili, investimenti strutturali in R&S, collaborazione tra imprese e università e capacità di attrarre talenti e capitali. Senza una scelta chiara e immediata, il rischio è ritrovarsi a discutere di Made in Italy con un tessuto industriale sempre più ridotto.

Sul tema, Fabrizio Dughiero, esperto del settore e Direttore del Dipartimento di Ingegneria Industriale dichiara: “Negli ultimi mesi si parla molto di “crisi del Made in Italy”: marchi storici in vendita, manifattura sotto pressione, acquisizioni straniere in aumento. Io la vedo così: non è la fine di un modello. È un punto di partenza. Perché l’Italia ha ancora due vantaggi competitivi enormi:  il saper fare industriale e artigianale (filiere, qualità, cultura del prodotto). La scienza e la tecnologia (università, centri di ricerca, competenze in materiali, energia, automazione, AI)
Il problema è che spesso li teniamo separati.
E oggi, separati, non bastano più.
La strada è un connubio esplicito: Made in Italy + Made in Science 🤝
Cioè: prodotti desiderabili e tecnologicamente superiori ; processi più efficienti, elettrificati e data-driven; filiere più resilienti ; sostenibilità che diventa performance (non marketing)
Ma qui bisogna essere chiari: questo salto non avviene per inerzia.
Serve una scelta Paese, fatta di:
1 politiche industriali stabili (non incentivi a singhiozzo)
2 investimenti seri in R&S e innovazione
3 partnership strutturali imprese–università–centri di ricerca (laboratori congiunti, dottorati industriali, scale-up)
4 attrazione di talenti e capitali con progetti ambiziosi e tempi rapidi
Se vogliamo tornare “primi della classe” non basta difendere la tradizione:
dobbiamo potenziarla con scienza e tecnologia.
O iniziamo subito, oppure tra qualche anno discuteremo di crisi… con molte meno industrie da difendere”.

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