
In Europa chiuse 40 raffinerie negli ultimi 20 anni – Ma la scelta sta costando cara ai cittadini. I dati
Negli ultimi anni l’Europa ha ridotto sensibilmente la propria capacità di raffinazione del petrolio. Dal 2009 a oggi sono passate da 117 a 94 le raffinerie operative, con una contrazione della capacità produttiva vicina al 20%. Secondo i dati di Concawe, tra il 2005 e il 2025 la produzione europea è diminuita di circa 2 milioni di barili al giorno. Una situazione che, secondo l’analisi, contribuisce anche alla crescita dei prezzi dei carburanti.
Attualmente gli impianti europei possono lavorare complessivamente 12,8 milioni di barili al giorno, ma vengono utilizzati mediamente al 74,2%. Nel frattempo, benzina e gasolio hanno registrato aumenti significativi, rispettivamente del 18,6% e del 29,4%. Nello stesso periodo, altre aree del mondo hanno seguito una direzione opposta: la capacità di raffinazione è cresciuta soprattutto in Medio Oriente e nella regione Asia-Pacifico, mentre anche il Nord America ha segnato un incremento.
L’Italia rappresenta uno dei Paesi europei che ha maggiormente ridimensionato il settore. Le raffinerie nazionali sono scese da 16 a 11 dal 2009, mentre la produzione di prodotti raffinati è passata da 94,2 a circa 64 milioni di tonnellate. Nonostante il ridimensionamento, il sistema italiano mantiene un ruolo importante perché la capacità complessiva degli impianti resta superiore ai consumi interni.
Tra le ragioni della chiusura degli stabilimenti vengono indicate la scarsità di investimenti per costruire nuove strutture o modernizzare quelle esistenti e l’aumento dei vincoli ambientali. Un elemento particolarmente rilevante è l’ETS europeo, il sistema che assegna un costo alle emissioni di CO₂. Secondo questa analisi, tale meccanismo avrebbe favorito lo spostamento della produzione verso Paesi sottoposti a regole meno rigide, senza eliminare realmente le emissioni.
La riduzione della capacità europea rende inoltre il continente più esposto alle crisi internazionali, perché aumenta la necessità di importare non soltanto petrolio, ma anche prodotti già raffinati. Questo rappresenta un problema sia economico sia strategico, considerando il ruolo essenziale dei carburanti per trasporti, industria e sicurezza energetica.
In Italia, intanto, il settore guarda anche alla riconversione: la raffineria Eni di Livorno dovrebbe trasformarsi in bioraffineria tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027, con una capacità prevista di circa 500mila tonnellate l’anno.