
L’Italia è all’ultimo posto in Europa per ingegneri e scienziati- Senza capitale umano la crescite è impossibile: i dati
L’Italia si colloca all’ultimo posto nell’Unione Europea per presenza di scienziati e ingegneri nel mercato del lavoro, una condizione che evidenzia un ritardo strutturale nello sviluppo del capitale umano. In un’economia sempre più basata su innovazione e tecnologia, la scarsità di professionisti STEM rappresenta un limite significativo alla crescita di lungo periodo.
Nel Paese, meno di 7 lavoratori su 100 operano in ambiti scientifici o ingegneristici, una percentuale nettamente inferiore rispetto alla media europea, che risulta circa del 50% più alta. In molte regioni italiane il dato è ancora più critico: nel Mezzogiorno e nelle Isole l’incidenza scende spesso intorno al 2%, mentre al Nord si registrano valori leggermente migliori, ma comunque inferiori a quelli di nazioni come Germania, Francia o Paesi del Nord Europa.
Nel complesso, l’Italia figura tra le ultime posizioni anche per numero assoluto di addetti alla ricerca e all’innovazione. Nell’Unione Europea, infatti, gli scienziati e gli ingegneri sono oltre sette milioni e continuano a crescere, mentre nel sistema italiano la presenza rimane ridotta e poco dinamica.
Un altro elemento rilevante riguarda la componente femminile. A livello europeo la partecipazione delle donne nei settori scientifici e tecnologici è in aumento e supera il 40% della forza lavoro del comparto. In Italia, invece, la quota femminile resta più bassa, segno di un ulteriore squilibrio rispetto agli standard continentali.
Le cause di questo ritardo sono molteplici e consolidate nel tempo. Tra le principali vi è la cosiddetta “fuga dei cervelli”, ovvero l’emigrazione di laureati e ricercatori italiani verso altri Paesi dove le condizioni economiche e le opportunità professionali sono più favorevoli. A ciò si aggiunge un cronico sottofinanziamento della ricerca e dello sviluppo, con investimenti pubblici e privati inferiori rispetto a quelli di altre grandi economie europee.
Questo squilibrio è anche il risultato di scelte politiche di lungo periodo, che hanno privilegiato settori a basso contenuto tecnologico rispetto alla costruzione di un sistema produttivo basato su conoscenza, innovazione e alta specializzazione. Di conseguenza, il Paese continua a dipendere in larga misura da comparti tradizionali, con un potenziale di crescita limitato rispetto ai partner europei più avanzati.
La classifica da ale.economista