
Rider, l’inchiesta si allarga: l’ombra del caporalato anche su Deliveroo
Il panorama urbano delle nostre città è ormai punteggiato dai colori vivaci degli zaini termici che sfrecciano nel traffico, ma dietro l’efficienza di un clic si nasconde spesso una realtà fatta di fatica estrema e compensi irrisori. Un’inchiesta della Procura di Milano ha squarciato il velo su quello che gli inquirenti definiscono un sistema di caporalato digitale, portando al decreto di controllo giudiziario in via d’urgenza per Deliveroo Italy srl. Le testimonianze raccolte da oltre 50 lavoratori hanno permesso di delineare un contesto in cui, secondo il pm Paolo Storari, «emerge un quadro sostanzialmente omogeneo» e profondamente allarmante, del tutto simile a quanto già emerso per altri colossi della consegna a domicilio.
Al centro dell’indagine figura l’amministratore unico della società, accusato di aver «impiegato manodopera in condizioni di sfruttamento». I dettagli che emergono dal capo di imputazione sono crudi e descrivono una sproporzione netta tra l’impegno profuso e il guadagno ottenuto. Il manager avrebbe infatti riconosciuto ai fattorini, molti dei quali in evidente stato di bisogno, una retribuzione che in diversi casi risultava inferiore fino al 90% rispetto alla soglia di povertà o a quanto stabilito dai contratti collettivi. Si tratterebbe di una somma che, per i magistrati, «sicuramente non è proporzionata né alla qualità né alla quantità del lavoro prestato», violando così i principi costituzionali che dovrebbero garantire a ogni lavoratore un’esistenza libera e dignitosa.
La Procura ha sottolineato come la società abbia adottato una linea di condotta che rinnega il rispetto della legalità, permettendo il protrarsi di una situazione di sfruttamento per anni. Per questo motivo, è stato nominato un amministratore giudiziario, con il compito specifico di procedere alla regolarizzazione dei lavoratori. Le storie dei rider sono emblematiche: c’è chi percorre fino a 150 chilometri al giorno in bicicletta, lavorando 11 o 12 ore consecutive per una media di appena 4 euro a consegna. Come riferito da uno dei lavoratori agli atti, in questo sistema «fa tutto l’algoritmo dell’applicazione», un supervisore invisibile che assegna ordini, monitora i ritardi tramite geolocalizzazione e punisce chi non riesce a tenere il passo.
Molti di questi lavoratori sono stranieri che non possono permettersi di rifiutare alcuna consegna, spinti dalla necessità di inviare rimesse alle famiglie nei paesi d’origine, come la Nigeria o l’Afghanistan. Uno dei testimoni ha raccontato di lavorare 7 giorni su 7 per 11 ore al giorno per Deliveroo, aggiungendo a questa attività un secondo impiego notturno come facchino in un hotel per altre 8 ore, dormendo solo nei ritagli di tempo. Questa condizione di estrema vulnerabilità è stata definita dal sindacato Cgil come una zona grigia che non può più essere tollerata, chiedendo il pieno riconoscimento della subordinazione e l’applicazione dei contratti nazionali della logistica.
L’inchiesta non sembra destinata a fermarsi alla sola piattaforma di delivery. I carabinieri del Nucleo ispettorato del Lavoro hanno infatti effettuato acquisizioni di documenti presso le sedi di grandi catene di ristorazione e distribuzione, come McDonald’s, Burger King, Esselunga e Carrefour, le quali si avvalgono dei rider di Deliveroo. Sebbene queste società non risultino indagate, gli investigatori intendono verificare se i loro modelli organizzativi e i sistemi di controllo siano idonei a prevenire lo sfruttamento. Mentre la società ha dichiarato di stare collaborando con le autorità, il Ministero del Lavoro ha annunciato l’intenzione di recepire nuove direttive europee per contrastare il caporalato digitale, cercando di restituire dignità a una categoria che rappresenta ormai la spina dorsale di un’economia sempre più immateriale ma fondata su muscoli e fatica reale.
M.M.