
Roma, funzionaria nei guai: falsi rimborsi Irpef per 33mila euro
Nel principale ateneo pubblico della Capitale una funzionaria esperta è finita nel mirino delle autorità per un sistema di rimborsi illeciti che andava avanti da quasi un lustro. La protagonista di questa vicenda è una donna classe 1967 che, approfittando della sua posizione e delle competenze tecniche acquisite nel corso degli anni, avrebbe sottratto allo Stato una somma complessiva di 33mila euro tra il 2020 e il 2024. L’indagine, condotta con precisione dai finanzieri del III Nucleo Operativo Metropolitano di Roma sotto il coordinamento della Procura, ha svelato un meccanismo di appropriazione indebita tanto semplice quanto audace nella sua ripetitività, portando infine al sequestro preventivo dell’intera cifra.
Tutto ha avuto inizio nel maggio dello scorso anno, quando è partita la segnalazione di un collega di lavoro. Non è stata dunque una falla informatica automatica a tradire la donna, ma il senso civico di chi lavorava fianco a fianco con lei. Da quella denuncia è partita un’attività investigativa minuziosa che ha permesso di ricostruire il modus operandi della funzionaria. La donna, dotata delle credenziali necessarie per accedere all’applicativo gestionale utilizzato per l’elaborazione delle buste paga del personale universitario, interveniva manualmente sui dati sensibili. Una volta all’interno del sistema, modificava le cifre relative ai propri rimborsi Irpef, gonfiandoli a dismisura rispetto a quanto effettivamente dovuto.
Dalle carte dell’inchiesta emergono dettagli quasi incredibili sulla sproporzione delle somme dichiarate. In alcune annualità, specialmente in concomitanza con la presentazione del Modello 730, gli inquirenti hanno calcolato che l’appropriazione superasse di almeno settanta volte il valore reale del rimborso. Anche nei periodi in cui la dichiarazione dei redditi non veniva presentata, la funzionaria riusciva comunque a garantirsi entrate extra non trascurabili. Il piano appariva studiato per crescere in modo graduale, quasi a voler testare la tenuta dei controlli interni dell’università. Se nel 2020 la sottrazione si era fermata a circa 4.000 euro, la cifra è lievitata progressivamente anno dopo anno, fino a toccare il tetto dei 10.000 euro solo nel corso dell’ultimo esercizio finanziario monitorato.
Il denaro accumulato illecitamente confluiva regolarmente su un conto corrente che l’impiegata condivideva con l’anziana madre. Tuttavia, un aspetto che ha sorpreso gli stessi uomini delle Fiamme Gialle riguarda la destinazione d’uso di questi fondi. Dall’analisi accurata dei movimenti bancari e dello stile di vita della donna, non sono infatti emerse spese anomale, acquisti di lusso o vizi dispendiosi. Sembra che la funzionaria non abbia utilizzato il maltolto per soddisfare desideri stravaganti, ma che abbia semplicemente lasciato accumulare la somma, forse come una sorta di paracadute economico. L’assenza di precedenti penali o finanziari nel passato della donna rende la vicenda ancora più emblematica di come la tentazione possa insinuarsi anche in carriere apparentemente specchiate.
Le accuse mosse nei confronti della dipendente pubblica sono pesanti: truffa ai danni dello Stato, con l’aggravante di aver agito abusando dei poteri e violando i doveri intrinseci alla sua funzione di pubblico ufficiale. Il provvedimento di sequestro eseguito la scorsa settimana ha bloccato i 33.000 euro direttamente sul conto cointestato, ripristinando simbolicamente il danno arrecato all’erario.
M.M.