
Roma, il ritorno degli italiani da Dubai: l’incubo finisce a Fiumicino
Alle ore 21.25 di una serata carica di tensione, il Boeing 737 di Oman Air ha finalmente toccato la pista dell’aeroporto Leonardo da Vinci, mettendo fine a un’attesa che per molti è durata oltre sessanta ore. Non è stato un volo come gli altri, ma l’ultimo atto di una fuga rocambolesca iniziata tra le fiamme e i boati di una Dubai improvvisamente trasformata in zona di guerra. A bordo dell’aeromobile viaggiavano 127 cittadini italiani, reduci da un’odissea che li ha costretti ad attraversare il deserto via terra per raggiungere lo scalo di Muscat, in Oman, unico varco rimasto aperto dopo la chiusura degli spazi aerei mediorientali in seguito ai recenti attacchi militari.
L’atmosfera al Terminal 3 era sospesa, densa di una commozione silenziosa. Poche famiglie sparse, sguardi fissi sui tabelloni e telefoni stretti tra le mani come bussole della speranza. Molti voli erano stati dirottati su Milano, rendendo l’attesa romana ancora più solitaria e sofferta. Tra i presenti spiccava Alice, una giovane di 29 anni che avrebbe dovuto trovarsi proprio a Dubai per raggiungere la sorella Ambra, ma che il blocco dei voli di sabato scorso ha trattenuto a terra. Le sue parole restituiscono la drammaticità di quei momenti vissuti a distanza, in un perenne stato di allerta che ha logorato i nervi di chi aspettava notizie dal Golfo. «Ero al gate, pronta a imbarcarmi sabato scorso. Poi hanno chiuso tutto. Ho capito che qualcosa stava precipitando», ha raccontato con la voce incrinata dal pianto.
Sua sorella Ambra si trovava al The Palm, uno degli hotel simbolo del lusso emiratino che è stato colpito da un drone non intercettato nel corso dell’escalation militare. Alice ha ricordato con angoscia i messaggi carichi di paura inviati dalla sorella mentre si rifugiava in tutta fretta nei garage della struttura al suono delle sirene antiaeree. «Mi scriveva: “Stanotte bombardano”. Io non riuscivo a fare nulla. Solo guardare il telefono e piangere. Ma sono fiera di mia sorella, ha avuto un coraggio incredibile. Con persone sconosciute ha preso un Uber ed è scappata per il deserto fino ad arrivare in Oman», ha aggiunto sottolineando come la solidarietà tra sconosciuti sia stata l’unica via d’uscita possibile in un contesto dove i taxi venivano pagati a peso d’oro, con tariffe che hanno sfiorato i seicento euro per poche ore di tragitto attraverso le dune.
Oltre ad Ambra, tra i passeggeri rientrati figura anche la moglie del ministro della Difesa Guido Crosetto, insieme ai loro figli, che hanno condiviso con gli altri connazionali le ore di incertezza prima del decollo da Muscat. Al momento dell’apertura delle porte scorrevoli, il terminal è stato invaso da volti pallidi e stanchi, segnati da una fatica che non era solo fisica ma profondamente psicologica.
Le storie di chi è tornato sono costellate di piccoli gesti di sopravvivenza e di pensieri scuri, di chi, partito magari per trascorrere qualche giorno di mare e relax, si è ritrovato improvvisamente calato in uno scenario di guerra.
Il ritorno alla normalità per questi 127 passeggeri ha oggi un suono diverso, lontano dalle esplosioni e vicino agli affetti domestici. La città del lusso, con le sue piscine a sfioro e l’opulenza ostentata, è rimasta alle spalle come un set cinematografico improvvisamente smontato dalla violenza della storia. Mentre Fiumicino torna lentamente alle sue abitudini, per chi è scappato attraverso il deserto la libertà ritrovata si condensa in un abbraccio silenzioso o in un bacio sulla fronte. Ambra, ormai al sicuro tra le braccia della sorella Alice, ha sintetizzato con efficacia il sentimento di chi ha visto i missili solcare il cielo sopra la propria testa: «Adesso sembra quasi un’avventura. Ma lì, nel parcheggio, con i missili sopra la testa, non c’era niente di divertente».