
“Trump e il narcotraffico? Un binomio esilarante. Il vero obiettivo è il controllo dell’emisfero occidentale”
Sulle parole di Donald Trump si è concentrata l’analisi di Giuliano Noci, Professore Ordinario di Ingegneria Economico-Gestionale alla School of Management del Politecnico di Milano, dove insegna Strategia e Marketing ed è anche prorettore del Polo territoriale cinese dal 2011. Secondo Noci, il racconto trumpiano della lotta al narcotraffico nasconde ben altro: «Trump e il narcotraffico sono un binomio esilarante. Il vero obiettivo non è la droga, ma il controllo dell’emisfero occidentale».
Finché legge un testo preparato, aggiunge Noci, Trump mantiene una linea apparentemente coerente: una missione mirata all’arresto di un narcotrafficante, nel solco della sicurezza internazionale. Ma quando inizia il confronto con i giornalisti, la narrazione cambia tono e profondità. Il lessico si fa esplicito, quasi brutale: controllo geopolitico, uso della forza, guerrieri, guerra. La lotta alla criminalità diventa il pretesto per riaffermare una visione del mondo fondata sulla supremazia militare e sull’egemonia regionale.
Per il docente questo slittamento non è casuale. È il segnale di una strategia più ampia, in cui la retorica securitaria serve a legittimare interventi di potenza e a riaffermare la leadership statunitense. Il narcotraffico, in questo schema, è una cornice narrativa funzionale, non il vero bersaglio.
Il quadro che emerge è quello di un ordine internazionale sempre più segnato dalla logica del più forte, dove il linguaggio della cooperazione lascia spazio a quello della forza e la geopolitica torna a parlare il vocabolario della guerra.