Simone Moro: “Essere alpinista significa avere fame”. In Italia abbiamo una leggenda dell’alpinismo. Ecco chi è “Winter Maestro”

30/03/2026

C’è una chiave di lettura per comprendere la grandezza di Simone Moro, leggenda vivente dell’alpinismo himalayano e simbolo di un modo autentico di vivere la montagna.

“Essere alpinista significa avere fame”, ripete Moro, e in questa frase c’è tutta la sua filosofia. Una fame che lo ha portato a scrivere pagine irripetibili nella storia delle grandi vette, guadagnandosi il soprannome di “Winter Maestro”. Nessuno, prima di lui, era riuscito a conquistare quattro Ottomila in prima invernale completa: dallo Shisha Pangma al Makalu, dal Gasherbrum II fino al Nanga Parbat. Imprese che lo hanno consegnato alla storia.

Ma ridurre Moro ai numeri sarebbe un errore. Perché la sua è una visione che va oltre il record. In un’epoca in cui le spedizioni commerciali affollano anche l’Everest, lui difende uno stile essenziale, quasi puro: poche persone, niente scorciatoie, rispetto rigoroso dell’ambiente e delle stagioni. È un alpinismo che torna alle origini, fatto di sacrificio, intuizione e libertà.

La sua carriera parla di oltre trent’anni di spedizioni e di otto Ottomila scalati, ma anche di vita vissuta tra cielo e ghiaccio. Perché Moro non è solo un alpinista: è anche pilota di elicotteri, protagonista di salvataggi estremi tra le pareti dell’Himalaya, dove ha salvato vite sfidando condizioni impossibili. Un impegno che gli è valso riconoscimenti prestigiosi e il rispetto dell’intera comunità internazionale.

E poi c’è lo scrittore Moro. Nei suoi libri, come Cometa sull’Annapurna, Moro racconta una montagna che cambia, tra turismo e avventura, tra passato e futuro. Senza nostalgia sterile, ma con uno sguardo lucido: l’alpinismo non è morto, si è trasformato. E proprio questa trasformazione, secondo lui, spinge i veri esploratori a cercare nuove strade.

Oggi, a oltre cinquant’anni, con la stessa energia di sempre, Moro continua a inseguire i suoi sogni. Il Manaslu resta una sfida aperta, una vetta che sente “casa” e che ancora lo chiama. Perché la vera conquista, per lui, non è arrivare in cima, ma continuare a cercare.

In un mondo che corre veloce, Simone Moro resta un punto fermo: un uomo che ha fatto della passione una missione e della montagna una lezione di vita. E che, con quella fame inesauribile, continua a guardare oltre l’orizzonte.

E il s o pensiero è stato espresso chiaramente in una recente intervista a Vanity Fair:

Fra pionieri di ieri e turisti di oggi, che spazio resta per voi professionisti della montagna?

«Uno spazio enorme à risponde Moro – ” che bisogna riscoprire, perché a quel chiodo basta appendere solo due mesi all’anno su 12 e quel paio di vie normali che conducono alla cima di due fra i 14 Ottomila della Terra. Capisce? Parliamo di due mesi, di due itinerari, su due monti. Sono queste le vie “intasate” che finiscono sui media con le code verso la vetta».

Qual è la soluzione? «Avere fame. La mia mi ha portato a scoprire anche versanti diversi degli stessi Ottomila, in altre stagioni come nelle mie invernali. Oppure monti più bassi, per esempio, nei periodi di acclimatamento. Non possiamo riavvolgere il nastro ai tempi di quei pionieri, perché indubbiamente la tecnologia aiuta e con Google Earth, per esempio, vedi una vetta, magari ancora senza nome, fai lo zoom e puoi cominciare a sognare. E l’avventura oggi è li. Ed è tutta da costruire».

L’alpinismo non è morto!

«Secondo me tutt’altro e, se posso dire, con un paradosso, è quasi un bene che sia arrivata questa nuova community sugli Ottomila perché, in fondo, ha forzato noi professionisti, ma anche altri visionari e avventurosi, a fare esplorazione ed andare oltre. Chi non vuole, invece, resta li, nella comfort zone a crogiolarsi nel “record” di una ennesima ripetizione. In fondo così si è ripulito il pollaio».

 

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