
Stellantis è messa così male? Ecco i conti, l’effetto Dazi e gli scenari futuri
Stellantis ha chiuso il secondo trimestre del 2026 con segnali di miglioramento nei principali indicatori economici, ma il mercato reagisce negativamente. Il gruppo automobilistico ha realizzato ricavi netti per 43,5 miliardi di euro, con una crescita del 13% rispetto allo stesso periodo del 2025. L’utile netto si è invece fermato a 300 milioni di euro.
A sostenere soprattutto il risultato è stato il Nord America, dove i ricavi sono aumentati del 32% su base annua. Più contenuta la crescita in Sud America, pari al 6%, mentre l’Europa allargata ha mantenuto un andamento stabile. In leggero arretramento, invece, le attività in Medio Oriente e Africa e nell’area Asia-Pacifico. Il gruppo presenta quindi risultati differenti a seconda delle aree geografiche.
Sul fronte della redditività, l’utile netto ha raggiunto 0,3 miliardi, mentre il risultato operativo rettificato si è attestato a 0,8 miliardi. Stellantis attribuisce il miglioramento soprattutto all’aumento dei volumi e al rafforzamento delle performance operative.
La società ha inoltre confermato gli obiettivi finanziari per il 2026.
I ricavi sono attesi in aumento di una percentuale a una cifra nella fascia media rispetto all’anno precedente, mentre il margine operativo rettificato dovrebbe collocarsi nella parte bassa della stessa fascia. Per la generazione di cassa industriale, il gruppo prevede un recupero graduale, con il ritorno a un valore positivo entro il 2027.
Tra le principali incognite rimane il costo dei dazi.
Stellantis calcola un impatto complessivo netto compreso tra 1 e 1,2 miliardi di euro, mentre nei primi sei mesi dell’anno l’effetto negativo è stato di circa 300 milioni.
L’amministratore delegato Antonio Filosa ha definito il trimestre positivo, «trainati dal Nord America e supportati da importanti contributi da tutte le altre regioni». Il manager guarda anche ai nuovi modelli e all’attuazione del piano FaSTLane 2030. Per gli investitori, nei prossimi mesi saranno decisivi soprattutto l’andamento dei margini, la capacità di generare liquidità e l’effetto delle tensioni commerciali internazionali.
E in Italia?
La Fiom Cgil già da tempo ha lanciato l’allarme sulle condizioni degli stabilimenti italiani. Il segretario nazionale Samuele Lodi ha parlato apertamente di «Una situazione a dir poco emergenziale», chiedendo interventi urgenti per evitare un ulteriore ridimensionamento del settore automobilistico nel Paese.
Secondo l’analisi del sindacato, tra il 2020 e il 2025 Stellantis in Italia «ha venduto 122mila veicoli in meno», mentre la quota di mercato «ha perso 11,2 punti percentuali». Nello stesso arco temporale, il gruppo ha ridotto la propria presenza anche a livello europeo, con 620mila vetture vendute in meno e una quota scesa di 6,1 punti.
Il dato più preoccupante riguarda però l’occupazione. In cinque anni «in Italia sono stati persi in 5 anni 12.265 posti di lavoro», con il numero dei dipendenti sceso a poco più di 30mila. «A pesare – spiega il sindacato – sono sicuramente le uscite volontarie, gli esuberi dichiarati nel 2024 sono stati 3.700 e 2.352 nel 2025, per un totale di 6.052, a questi si aggiungono 1.048 richieste di uscite volontarie nella prima parte del 2026». Inoltre, circa il 56% dei lavoratori è attualmente coinvolto dagli ammortizzatori sociali.
Una situazione più positiva si registra a Torino, grazie all’avvio della produzione della 500 ibrida su due turni, che ha favorito il rientro dalla cassa integrazione e portato anche all’assunzione temporanea di 400 operai. La Fiom denuncia però una carenza di investimenti negli anni: «non ci sono stati investimenti ed interventi sui macchinari, sugli impianti e sulle linee da parte di Stellantis tali da poter riuscire a produrre quel famoso milione di vetture all’anno promesso».