
Deficit al 3,1%, l’Italia resta sotto procedura di infrazione UE
L’Italia resta ancora una volta imbrigliata nelle maglie della procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo, un verdetto che Eurostat ha sostanzialmente cristallizzato certificando un deficit del 3,1% per il 2025. Si tratta di un risultato che brucia particolarmente per la precisione decimale con cui è stato calcolato: il valore reale si attesta infatti al 3,07%, arrotondato poi per eccesso dall’istituto di statistica europeo. Questo scarto di appena 600 milioni di euro sbarra di fatto la strada a un’uscita anticipata dal meccanismo di sorveglianza dell’Unione Europea, la cui decisione formale è attesa per il prossimo mese di giugno. Nonostante il governo rivendichi un percorso di risanamento notevole, passando dall’8,1% di disavanzo trovato all’insediamento nel 2022 all’attuale soglia prossima al 3%, il dato sul debito pubblico continua a mostrare segnali di tensione, attestandosi al 137,1% rispetto al prodotto interno lordo, un valore superiore alle precedenti stime autunnali.
In questo scenario di numeri al confine della tolleranza, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni non ha nascosto la propria amarezza, parlando apertamente di una vera e propria beffa per il sistema Paese. La premier ha affidato ai propri canali social una riflessione articolata, puntando il dito contro i vincoli del passato e le metodologie di calcolo che avrebbero penalizzato l’Italia. Secondo la leader del governo, il mancato raggiungimento dell’obiettivo di un solo decimale sarebbe da imputare principalmente alla gestione degli incentivi edilizi ereditati dalle precedenti legislature. Meloni ha infatti dichiarato che «saremmo stati comunque sotto il 3% di deficit se, anche nel 2025, sulle casse dello Stato non avesse gravato l’esborso di miliardi di euro per il Superbonus», definendo la misura come una zavorra che continuerà a pesare in modo significativo sui conti pubblici nazionali. Le proiezioni del Ministero dell’Economia e delle Finanze confermano questa preoccupazione, stimando un impatto di 40 miliardi nel 2026 e un’ulteriore coda di 20 miliardi nell’anno successivo.
Oltre al peso degli incentivi, la polemica si estende alla rigidità mostrata dagli istituti di statistica nelle fasi di rilevazione del prodotto interno lordo. La presidente del Consiglio ha sottolineato un paradosso secondo cui i primi dati tendono sistematicamente a sottostimare la crescita effettiva per poi essere rivisti al rialzo in un secondo momento, quando ormai le decisioni politiche europee sono state prese. Proprio questa discrepanza avrebbe impedito di raggiungere quel volume di ricchezza nazionale necessario a far scendere la percentuale di deficit sotto la soglia critica dei trattati. Nel Documento di finanza pubblica approvato recentemente dal Consiglio dei ministri e trasmesso alle Camere, si delinea un sentiero di crescita prudente, con un incremento dello 0,6% atteso per il 2026 e il 2027. Tale prudenza è dettata anche dall’instabilità del contesto internazionale e dai conflitti in corso in Europa e Medio Oriente, che potrebbero influenzare negativamente l’andamento dell’economia globale.
Mentre la curva del debito è destinata a salire ancora nel corso dell’anno corrente, toccando un picco del 138,6% prima di iniziare una lenta discesa nel triennio successivo, il dibattito si sposta ora sul fronte della flessibilità a livello comunitario. Il governo italiano sta cercando di ottenere maggiore comprensione per gli shock esterni, con particolare riferimento ai costi energetici e alle spese per la difesa. In questa ottica, l’esecutivo intende dare priorità assoluta a misure di sostegno diretto, come il rifinanziamento del taglio delle accise sui carburanti per proteggere il settore dell’autotrasporto e le famiglie dai rincari. La sfida diplomatica a Bruxelles sarà dunque quella di far valere le ragioni di un Paese che, pur rispettando i percorsi di rientro, chiede che non vengano ignorate le contingenze straordinarie che influenzano la stabilità del sistema economico europeo.